Storia dei martiri dell'Uganda
I 22 martiri ugandesi furono i primi fedeli cattolici dell’Africa sub-sahariana ad essere proclamati Santi. E' suggestivo che non vi fu un primo Santo in quella zona, ma ben 22 primi Santi: in Africa, in ogni ambito, è molto forte il senso della collettività.
Furono martirizzati tra il 15 novembre 1885 e il 27 gennaio 1887.
Nel 1875 arrivarono in Uganda i primi missionari. All’inizio il re Mutesa I, che governava l’Uganda da molti anni, provò simpatia per la religione cattolica, ma dopo preferì l’islam e allontanò i missionari.
La storia dei martiri dell'Uganda si svolge sotto il regno di Mwanga II, figlio e successore di Mutesa I, un giovane che aveva intrattenuto rapporti di amicizia e famigliarità con i missionari cattolici, avendo frequentato la scuola dei missionari, i cosiddetti “Padri Bianchi” del cardinale Lavigerie.
Agli inizi del suo regno fece tornare i missionari, promettendo che avrebbe egli stesso sollecitato i pagani del suo dominio ad abbracciare la religione. Molti cristiani e catecumeni lo assistettero nella reggia e lo avvertirono segretamente di una congiura in atto ai suoi danni, che fu scongiurata.
Ritratto di Re Mwanga II
Il primo ministro del re, che era a capo della congiura, pur avendo ottenuto il perdono dal re per sé e per i propri compagni, concepì un odio ancora più forte per i cristiani e cominciò a convincere il re che i cristiani erano i suoi peggiori nemici.
Mwanga non era in grado di imparare, leggere o scrivere perché era “testardo, indisciplinato e incapace di concentrazione”.
Dai mercanti bianchi venuti dal nord aveva imparato il peggio che solitamente facevano: fumare hashish, bere alcolici in grandi quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per il re venne costruito un grande harem, composto da servitori e figli dei nobili della sua corte.
Ben presto il cristianesimo venne percepito come il pericolo più grande per le tradizioni tribali e il più grande ostacolo alla dissolutezza del re. A criticare i cristiani erano soprattutto stregoni e feticisti, che vedevano compromesso il loro ruolo e il loro potere.
I consiglieri del re di fede islamica coglievano poi ogni occasione per indurre nel re il sospetto che i cristiani, una volta diventati maggioranza, lo avrebbero tolto di mezzo e avrebbero designato un re cristiano. Così, nel 1885, ha inizio un'accesa persecuzione, la cui prima vittima illustre è il vescovo anglicano Hannington, ma che comprende almeno altri 200 giovani, persone uccise per la loro fede.
I 22 martiri possono essere divisi in due gruppi, in base al tipo di pena subita: tredici furono bruciati vivi e nove vennero uccisi in altro modo.
Il 15 novembre 1885 morì Joseph Mukasa Balikuddembe. Apparteneva al Kayozieda clan e aveva appena 26 anni. Fu la prima vittima della persecuzione scatenata da re Mwanga II.
Fu scelto prima dal re Mutesa I come proprio inserviente personale e come infermiere e poi da Mwanga II come maestro dei paggi, prefetto della sala reale e speciale consigliere: il re volle che fosse lui ad avvertirlo quando il suo operato prestasse il fianco a critiche.
La sua colpa più grande? Essere cattolico e per di più catechista, aver incolpato il re dell'uccisione del vescovo anglicano e difeso più volte i giovani paggi dalle sue “avance” sessuali.
Venne decapitato e il suo corpo venne arso nel fuoco. Prima di venir ucciso perdonò il re e lo consigliò di pentirsi.
Dopo di lui vennero condannati a morte, i 13 giovani arsi vivi, tutti al di sotto dei vent’anni, figli di notabili. Salivano la collina di Namugongo portando ognuno sulle spalle una fascina di legna, che servì per il rogo che li arse vivi il 3 giugno 1886.
Il fuoco venne accostato ai piedi, perché le vittime venissero avvolte dalle fiamme lentamente. Dal rogo si diffusero mormorii di preghiere che aumentavano col crescere dei tormenti. I carnefici si stupirono di non sentire lamenti. Nulla di simile era mai capitato.
“Un solo fuoco consunse insieme quei fortissimi e purissimi eroi, così come una sola patria li accolse insieme nelle sedi celesti” (Papa Benedetto XV)
Secondo un’antica tradizione, all’ultimo momento, tre di loro, a sorte, furono graziati. La testimonianza dei tre superstiti ci ha fornito il racconto del loro martirio.
Charles Lwanga sostituì Joseph Mukasa Balikuddembe nel prestigioso incarico.
Apparteneva al clan Ngabi e su di lui si concentrano subito l'attenzione morbosa del re. Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico.
In quel periodo tempestoso in cui i missionari venivano messi in esilio, egli assunse una funzione di “leader” e sostenne la fede dei nuovi convertiti. Posto a capo dei giovani del palazzo regio, rafforzò in loro l’impegno a preservare la castità, respingendo le avance sessuali del re.
Morì a 20 anni. Venne condannato a morte il 25 maggio 1886 insieme ad un gruppo di cristiani e a quattro catecumeni, che riuscì a battezzare di nascosto nella notte.
Il più giovane, Kizito, del clan Mmamba aveva appena 14 anni. Carlo Lwanga promise al giovanissimo Kizito: «Ti prenderò la mano, se dobbiamo morire per Gesù, moriremo insieme, mano nella mano” e così accadde.
Kizito, anima innocente, il più giovane di tutti, subì il martirio nel tredicesimo anno di vita. Era figlio di uno dei più alti dignitari del regno. Era un ragazzo puro e forte d’animo. Il re cercò invano di attrarlo a sé con accanimento, ma lui resistette senza paura. Biasimò aspramente alcuni cristiani che avevano deciso di darsi alla fuga, riuscendo a fugare il loro timore e a farli desistere dalla fuga. Quando arrivò il momento tragico del martirio, avanzarono tutti assieme, tenendosi per mano.
Mbaga Tuzindè era figlio del più crudele dei carnefici. Era un giovane di palazzo. Il padre lo supplicò di abiurare la fede o almeno si nascondesse ma il giovane rispose che accettava la sua morte per fedeltà a Cristo. Per evitare che l’ira del re si scaricasse sul padre, pregò di non venir risparmiato. Il padre comandò ad uno dei carnefici di colpire il capo del figlio con un bastone e che ne collocasse il corpo esanime sul rogo.
Bruno Serunkuma, nato a Mbale, lasciò la tenda dove viveva il fratello perché questi seguiva una setta non cattolica. Divenuto servitore del re Mutesa, quando Mwanga successe al padre si arruolò nell’esercito. A 26 anni sostenne con la parola e con l’esempio i compagni martiri.
James Buuzabalyawo, acceso da singolare ardore religioso, compì ogni sforzo per spronare gli altri, fra cui lo stesso Mwanga, prima che salisse al trono, ad abbracciare la fede cattolica. Il re stesso rinfacciò tale colpa a Bruno quando lo mandò a morte, all’età di venti anni.
Ambrogio Kibuuka, giovane di palazzo, conservò la propria fede con determinazione fino alla morte che affrontò all’età di 22 anni. Kibuka è il patrono degli scout, guide e dei giovani lavoratori.
Mgagga, giovinetto di corte, seppe resistere alle oscene lusinghe del re. Fu gettato in carcere con gli altri. Ricevette il battesimo in carcere da Lwanga. Fu martirizzato all’età di 16 anni.
Gyavira, giovane di palazzo, prediletto da Mwanga, che invano tentò di sedurre, era un catecumeno. Venne imprigionato e, come altri, fu battezzato da Lwanga. Morì sul rogo a 17 anni.
Achille Kiwanuka, giovane di corte. Venne posto in ceppi con i compagni dopo aver professato la propria fede. Si avviò con coraggio all’ultimo supplizio. Aveva 17 anni. E’ il patrono degli impiegati, dei giornalisti e degli scrittori.
Adolphus Ludigo Mukasa, cortigiano, si mise in luce per la purezza dei costumi e per la costanza nella sopportazione delle sventure. Affrontò la morte in nome di Cristo a 25 anni.
Mukasa Kiriwanu, addetto al servizio della tavola a palazzo, mentre i carnefici stavano conducendo Carlo Lwanga e i suoi compagni al colle Namugongo, alla domanda se fosse cristiano disse di sì e fu condotto con gli altri al supplizio. Era un catecumeno non ancora battezzato. Conseguì gloria eterna attraverso il battesimo di sangue all’età di 18 anni.
Anatolio Kiriggwajjo, giovane di palazzo. Respinse senza esitazione una carica che gli era stata offerta dal re, ritenendo che essa poteva in qualche modo pregiudicare il conseguimento della salvezza eterna. Venne martirizzato all’età di 16 anni.
Infine ricordiamo Luka Baanabakintu, era al servizio di un patrizio di nome Mukwenda. Da quando si accostò alla sacra Eucaristia, dimostrò una fede tenace. Sebbene potesse sottrarsi alla morte, pur potendo scappare, preferì, quando venne ricercato per essere condotto al supplizio, rimanere presso il suo amato padrone, dal quale fu consegnato agli inviati del re. Morì a 30 anni.
Il gruppo dei nove.
Assieme a Joseph Mukasa Balikuddembe, primo martire, del quale abbiamo già parlato, vennero martirizzati in altro modo altri otto cristiani.
Il 26 maggio fu ucciso Andrea Kaggwa, nato nel villaggio di Bunyoro, famigliare del re e leader dei giocatori del re. Si dimostrò particolarmente generoso e coraggioso durante un'epidemia, durante la quale aiutò e convertì molti. Il re volle che gli venisse portata la sua mano mozzata.
Quel giorno morì anche Dionysuis Sebugwawo, nato nel villaggio di Bunono. Avendogli il re Muanga chiesto se fosse vero che egli aveva insegnato i rudimenti della fede cristiana a due cortigiani, egli rispose di sì e quello lo trapassò con un colpo di lancia e comandò che gli fosse tagliata la testa.
Il 26 maggio viene trafitto da una lancia Ponsiano Ngondwe, del clan Nnyonyi Nnyange, anziano reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato subito arrestato. Era un cortigiano del re Mutesa I ed entrò nell’esercito sotto il regno di Mwanga II. Animato da cristiana spiritualità, seppe vincere il suo carattere aspro e difficile. Il carnefice, mentre lo conduceva al colle Namugongo, gli chiese ripetutamente se fosse seguace della religione cristiana. Due volte confermò la sua fede cristiana e due volte venne trafitto con la lancia.
Il 27 maggio venne martirizzato il paggio reale Atanasio Badzekuketta, del clan Nkima. Seguiva con grande devozione i comandamenti di Dio e della Chiesa. Desideroso del martirio, supplicò i carnefici di ucciderlo sul posto. Fu dilaniato da ripetuti colpi.
Poche ore dopo il servo del re, Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, mentre procedeva verso il luogo del martirio, cade trafitto dalle lance dei soldati, perché i ceppi, che non avevano potuto essere sciolti, gli impedivano di camminare speditamente. Si distinse particolarmente per la virtù della carità.
Fu seguito poco dopo da Mattia Murumba del clan Lugane, elevato al grado di "giudice", da appena tre anni, dopo essersi convertito da una setta maomettana alla religione cattolica, si dimise dall’incarico, temendo di poter recare danno a qualcuno con le su sentenze. Era dotato di modestia e dolcezza d’animo, educò i propri figli alla fede cristiana ed altri ancora.
Gli vennero tagliati mani e piedi e gli strapparono frammenti di carne dalla schiena perché fossero bruciati davanti ai suoi occhi. Fu abbandonato su un colle e tre giorni dopo alcuni passanti lo sentirono chiedere un sorso d’acqua, ma fuggirono via atterriti. Morì privo di ogni conforto, come Cristo.
Il 31 maggio Noah Mawaggali, un altro servitore del re, del clan Ngabi venne inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e poi impiccato. Aveva 30 anni.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si conclude il 27 gennaio 1887 con l'uccisione del servo del re Giovanni Maria Muzèi, nato nel villaggio Minziro.
Aveva un aspetto di tale gravità che venne soprannominato Muzei, cioè vecchio. Era persona prudente, caritatevole, dolce d’animo, generoso verso i poveri, sollecito verso gli ammalati. Dedicò sostanze e impegno a riscattare i prigionieri, che poi istruiva nella fede cristiana.
Dopo l’esecuzione capitale del suo grande amico Joseph Mukasa, non volle nascondersi, né darsi alla fuga, ma si presentò al re, che, con l’inganno, gli ordinò di recarsi dal primo ministro. Confessò spontaneamente la sua fede davanti al primo ministro e vene gettato in uno stagno.
Un martirio che non spegne la fede in Uganda, ma diventa piuttosto causa di conversioni, come aveva profeticamente intuito Bruno Sserunkuum, poco prima di subire il martirio: «Una fonte che ha molte fonti non si inaridirà mai. Quando falliremo, altri verranno dopo di noi."
Papa Benedetto XV beatificò i ventidue gloriosi martiri il 6 giugno 1920. Nell’atto di beatificazione “In africam quisnam” è scritto:
“Chiunque leggerà gli Atti di tutti questi martiri si stupirà certamente apprendendo con quanta sapienza, con quanta tranquilla fermezza d’animo e con quale fede essi rispondessero alle interrogazioni tanto del re quanto del primo ministro e dei carnefici, e capirà che in essi si è pienamente compiuta la divina promessa di Cristo: «Vi sarà dato in quell’ora qualcosa da dire».”
e ancora
“...subito dopo il supplizio dei ventidue neri, crebbe, come testimoniano gli stessi indigeni, tale ardente impulso ad abbracciare la fede cattolica, da attribuire al sangue versato dai martiri, che sull’onda delle conversioni la religione si è andata ogni giorno più largamente diffondendo e tuttora si diffonde. Ed è indubbio che a trentaquattro anni da quegli eventi si contano in quella regione molte centinaia di migliaia di catecumeni e di battezzati. Sono queste le ragioni per cui sono state avviate le cause di canonizzazione dei ventidue martiri neri.”
Infine furono canonizzati l’8 ottobre 1964 dal ponteficie San Paolo VI.